Immagino che i tuoi capelli fossero di rame e d’oro, vero Virginia? Sì, sono sicuro: i tuoi capelli erano sciolti, di rame e d’oro. Adesso chiudo gli occhi e mi immagino una storia: mi immagino un gatto che insegue un topo che si è nascosto sotto una cassettiera dove tu tenevi piegata tutta la tua biancheria, quella più candida, quella che sa di bucato e adesso so che Simone rincorreva Allegra e che Allegra non lo considerava per niente, adesso so che tu sei un buco nella mia pancia, Virginia, proprio così, un buco nella mia pancia.
Sono sicuro che, se fossi venuto, tu mi avresti cercato. E con la punta delle dita, in mezzo alla folla, mi avresti trattenuto per la maglietta chiedendo al tempo di riportarci indietro - io non sono qui, no, non sono qui per ricordarti il sapore della piada troppo cotta che abbiamo mangiato sotto gli occhi della gelosia nè per rammentarti che c’è stato un tempo durante il quale abbiamo preso in considerazione l’idea di andare a vivere insieme. Ricordi?, quella sera tu prendesti quella via di ciottoli contromano e dove parcheggiavo io ti sembrava sempre troppo lontano dalla nostra destinazione finale - adesso vorrei chiederti, dopo la pioggia la neve e l’estate, sei ancora dell’idea che per amare ci vogliano nove dita invece che undici?
Adesso so che per condire quest’insalata ci vuole l’aceto delle tue aspre parole e l’arpa delle tue costole e vari dolori e scottature - dita legate insieme, mani che si aggrappano alle storie, pa-role, e odore di fiori che vorrei saperli chiamare e vorrei metterli in rima e chiamarli viole, oh viole, violette, guarda, sono spuntate ed è tornata la primavera e insieme a lei tu ti metti una gonna leggera e faccio delle filastrocche solo per amarti e tutto questo non sembrerà vita che passa, acqua che scorre, io e te seduti su una panchina di pomeriggio poco prima delle sette, poco prima che parta e di tanti momenti scelgo questo, no, ne scelgo anche un altro, il primo momento è quando siamo seduti sulla panchina in due e io ti parlo di vivere insieme e che vorrei proprio trasferirmi (qui a ferrara) che vorrei proprio venire a studiare (a ferrara) e tenerti e vederti tornare guardando il telegiornale - cambiare canale, ordinare le pizze, aspettarti sul materasso che abbiamo messo disteso in salotto, tra i divani divisi.
Il secondo momento è quando piove, che abbiamo tutti i vestiti bagnati (sempre a ferrara) e siamo gli ultimi della fila e abbiamo preso una stanza in centro poco distante dal duomo, ci aspetta un letto di ferro battuto non soddisfatto ancora dei nostri piaceri convulsi e ora piove e tu hai sguardi di gomma da regalarmi e buoni consigli su come rapportarmi coi miei ami-ci, tu sai tutto e io non so niente, sono ubriaco, sono fallito, sono innamorato di-te. Il secondo momento è quando torniamo zuppi, dopo aver attraversato i giardini e i cortili privati e camminato rasente ai muri delle case delle scuole degli istituti con le ragazze che tornavano portandosi a mano la bicicletta - saliamo, tu non trovi le chiavi, per scaldarti ti propongo un the alla macchinetta automatica proprio fuori dalla porta, e quando entriamo tu apri l’acqua calda e lavarmi è il gesto più umano che fai, insaponarmi è tutto quello che ricordo, non ci siamo più nè tu nè io c’è solo l’acqua quest’acqua che sprechiamo e che mandiamo giù tanto domani non la pagheremo, il termosifone che va anche se è estate, un temporale così non lo ricorderemo.
Ci sei tu, e c’è l’acqua. E per tutto il tempo tengo gli occhi chiusi e vorrei insegnarti dieci modi per tradire e uno solo per farsi perdonare - tra pochi mesi io e te ci lasceremo e ancora, pensa, non lo sappiamo, tu mi lavi la schiena come se fossimo due anziani in procinto di coricarsi dopo aver pregato il rosario delle tempeste e la mia saliva è quel che resta delle parole che ti vorrei dire, dire, dire - cara. Io ti voglio scrivere. E raccontarti del passato, del presente. Di questa città che è come carta che brucia. Dei suoi alberi e delle altalene. E delle biciclette - dieci milioni - parcheggiate vicine alla stazione. Piene di ruggine. Che non si prende nessuno. Di questo fuoco e di questo grattacielo e del parcheggio immenso dal quale si vedevano ancora i vapori del petrolchimico e le nostre speranze messe a lavorare in fabbrica.
Sia tu, che io, siamo due agenti atmosferici. Domani cadremo. Come neve fresca.
Tiro sempre le monete sperando che qualcuno ci faccia la grazia di farci incontrare.