Allora pensavo che forse tutti i trucchi che avevo pensato, che avevo inventato, niente servivano contro il muro fortissimo che Elsa aveva tirato su, mattone dopo mattone, con le sue contraddizioni e senza che io potessi protestare
allora andavo su e giù per la stanza o cercavo di fare le cose normali e guardavo le mie dita, le mie mani, pensavo all’ultima unica volta che ci eravamo visti, quando si metteva a posto i capelli e con dolore pensavo a tutto quel che ci era capitato e all’Elsa che era prima e all’Elsa che era dopo, mentre io ero rimasto lo stesso e questa cosa mi spezzava
allora cercavo i sinonimi della lingua italiana per cercare di parlare di un dolore che in fondo spiegavo solo a me stesso, e potevo inventarmi delle cose bellissime ma non c’erano più le orecchie di Elsa ad ascoltarle e tutto mi pareva così inutile – i vestiti che avevo messo per andare da lei a Francoforte, o i libri che avevo separato dagli altri col proposito di leggerglieli, prima o poi, e pensavo che a volte le cose finiscono ed è così definitivo che si rimane paralizzati a tal punto da non riuscire a crederlo, proprio non ci si riesce, a farsene una ragione, e non c’è niente che riesca a colmare il vuoto e il vuoto è come un sasso appoggiato fortissimo sul petto, sempre molto presente e sempre molto pesante, devo dire – e alle persone che telefonavano e mi chiedevano come stavo dicevo “umore altissimo”, perché mi pareva brutto dire la verità, e invece Elsa era lì e ad un certo punto mercoledì sera, mentre ero al bar, mentre ero al bar che scappavo da ogni maledetta cosa che mi faceva pensare a lei, mi sono detto tra me e me che anche lei era in un bar e non c’era nessuna cosa che la sfiorava, nessuna cosa che la faceva pensare a me, niente la intaccava, Elsa, non le venivo mai in mente, e mi pareva veramente impossibile, una cosa da non credere, che le persone siano così diverse e anche così buffamente legate, che i sentimenti possano essere unilaterali e la leggerezza di certe donne nel dimenticare tutto nello scrollarsi le cose e la gente come fosse polvere, e così via.
Ma erano pensieri fini a loro stessi, com’era tutta la mia vita di quei giorni, un lentissimo e pietoso parlarmi addosso dicendomi continuamente delle cose, perché ero il solo interlocutore che mi sopportasse e continuamente mi dicevo delle cose, delle cose, continuamente cercavo di trovare una soluzione e continuavo ad andare a dormire senza trovarla e pensavo che la mattina dopo sarei stato forte, mi sarei fatto la barba, avrei preso il treno, e i giorni che dovevano venire mi facevano così paura, così terrore, la vita, le persone, i dialoghi forzati con i miei parenti, - tutto, tutto era così insostenibile e patetico e inutile e avevo solo voglia che Elsa mi parlasse ancora.
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